MECENATI E LORO EREDI

Nel nostro primo blog abbiamo parlato del principe Joseph Franz Lobkowitz, che commissionò a Beethoven i quartetti dellʼop. 18. Gli eredi della famiglia Lobkowitz custodivano numerosi tesori musicali, tra questi non ultimo il set di parti originali della sinfonia Eroica di Beethoven, ancora in possesso della famiglia. Purtroppo le sorti avverse di Praga fecero sì che per gran parte del ventesimo secolo i discendenti del principe Lobkowitz   fossero privati dei loro possedimenti in Slovenia; la città, infatti venne dapprima occupata dei tedeschi e dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne la capitale dello stato comunista cecoslovacco. Nel 1968, poi,  ebbe  luogo unʼaltra invasione della Cecoslovacchia: passato sotto il controllo di Dubcek, il regime comunista locale diede   inizio alla cosiddetta “primavera di Praga”, una sorta di comunismo più morbido e meno oppressivo il cui rilassamento politico, però, risultava intollerabile per lʼUnione Sovietica, che inviò nella capitale truppe e carri armati con lo scopo di reprimere le neonate speranze nazionaliste. Nel corso di questo decennio la famiglia Lobkowitz soggiornò in esilio negli Stati Uniti.

Dopo la Rivoluzione di Velluto del 1989 il nuovo presidente ceco Vaclav Havel offrì ai Lobkowitz la restituzione delle proprietà, a condizione però che essi provvedessero di tasca propria al  loro  mantenimento  e  le  aprissero al pubblico. La famiglia accettò di buon grado e al giorno dʼoggi il Palazzo Lobkowitz è uno dei musei  più visitati di Praga e vi è in corso la celebrazione del 250esimo anniversario della nascita di Beethoven con una mostra speciale a lui dedicata.

Speriamo di poter anche noi visitare il Museo Lobkowitz a Praga in futuro, non appena sarà sicuro farlo e saranno state sollevatele misure di quarantena per il coronavirus !

IL PRIMO QUARTETTO D’ARCHI PROFESSIONALE 

Abbiamo presentato nel Blog precedente il violinista adolescente Ignaz Schuppanzigh che divenne il leader del quartetto del Principe Lichnowsky nel 1795. Con vari cambi di nome e qualche modifica nella formazione il quartetto di Schuppannzigh continuò a suonare fino alla sua morte nel 1830.

Quando nel 1974 il suo maestro Haydn si trasferì da Vienna a Londra, Beethoven decise di prendere lezioni di violino proprio da Schuppanzigh. Amava prendere in giro senza pietà il violinista basso, grassoccio ed edonista, chiamandolo “Sua Signoria Falstaff” e persino dedicandogli una cantata intitolata “Lob Auf den Dicken”  (in onore dellʼuomo grasso)!

Schuppanzigh non fu mai un pari intellettuale di Beethoven ma ciò nonostante era di mutuo beneficio che egli fosse disposto a servire con lealtà il compositore come interprete non solo dei suoi innovativi quartetti dʼarchi, ma come partner in trio e violino di spalla per le orchestre che eseguiro le ‘prime’ delle sue sinfonie. Di Schuppanzigh, Johann Friederich Reichard decantò “il modo di suonare toccante e cantabile” ma criticò “la sua dannata abitudine di battere il tempo con il piede”.

Schuppanzigh fondò il suo quartetto nel 1805 con Joseph Mayseder, Anton  Schreiber  e  Antonin  Kraf. Il quartett venne poi “rifondato” tre anni più tardi sotto il patrocinio del conte Razumovsky, lʼambasciatore russo a Vienna, con nuovi membri: Louis Sina, Franz Weiss e Josef Linke. Razumovsky, che di tanto in tanto  suonava con loro nel ruolo di secondo violino, stipendiava generosamente i membri del suo quartetto, che continuarono a suonare spesso nel suo lussuoso palazzo fino al Capodanno 1815, quando questo venne raso al suolo da un incendio. Fu allora che Schuppanzigh seguì il conte Razumovsky a San Pietroburgo e Beethoven, in sua assenza, non compose più alcun quartetto per archi- lʼop. 95 era stata composta nel 1810 e il suo lavoro successivo dedicato       a questa formazione non comparve prima del 1824, anno in cui Schuppanzigh era già tornato a Vienna.

La cosa più importante che Schuppanzigh fece fu ogliere al quartetto dʼarchi la connotazione amatoriale dei concerti salottieri per lʼélite aristocratica e aprirlo ad un pubblico più ampio, dandogli così dignità  professionale. Fondò a Vienna la prima serie indipendente di concerti  di  musica  da  camera,  dove  il  suo  quartetto suonò, tra altri, i quartetti dellʼop. 18 e quelli dedicati a Razumovsky, op. 59. Schuppanzigh ebbe il merito di intuire che un quartetto dʼarchi avrebbe potuto riempire una sala pubblica da 500 posti, e  in  effetti  il  suo  quartetto era famoso perché era capace di suonare con una risonanza tanto piena da essere paragonabile ad un’orchestra!

In altre parole nel 1806 con lʼop. 59 di Beethoven- i quartetti detti “Razumovsky”, più complessi e lunghi di quelli precedentemente scritti e a malapena comprensibili allʼepoca- il quartetto dʼarchi si affacciò a una nuova era.

E. W.

QUARTETTI DI HAYDN

Continuiamo con il nostro fil rouge a proposito dei Quartetti di Haydn! Questa volta vi presentiamo le testimonianze di due amici e membri ospiti dello staff Xenia: Giacomo Agazzini e Manuel Zigante, entrambi insegnanti  al  Conservatorio di Torino e membri fondatori del Quartetto dʼArchi di Torino.

F. J. Haydn, Quartetto in re minore op. 76 n. 2

Giacomo Agazzini

I quartetti di Haydn che abbiamo suonato in vent’anni, purtroppo, si contano sulle dita di due mani, scegliendo l’op. 76 n. 2 come pretesto vi racconto un aneddoto del quartetto d’archi di Torino.

Sarà stato uno tra gli ultimi degli anni 90, siamo in stagione a Firenze al teatro della Pergola, Haydn – Kurtag – Brahms il programma; soprattutto ci attende la recensione di un critico musicale la cui autorevole temibilità è ben nota.
Ci arriviamo dopo la prima decina d’anni di quartetto, negli ultimi dei quali abbiamo lavorato per evolvere e soprattutto alleggerire il nostro modo di affrontare le opere del classicismo che era a dir poco intenso e romanticheggiante, abbiamo anche acquistato 4 archi preclassici e non siamo più i ragazzi degli anni 80.

Una parte importante della nostra impronta interpretativa arrivava da Piero Farulli, violista del mitico quartetto italiano, il grandissimo Piero è stato il nostro primo maestro, avevamo studiato con lui fino a qualche anno prima di quel concerto proprio a Firenze alla scuola di Fiesole.

I suoi modi paterni ed autoritari hanno sempre moltiplicato l’energia musicale del quartetto, didatticamente un grandissimo valore, ma diciamo anche che a lezione conveniva suonare sempre attivi con forza e convinzione, per provare ad evitare le sue urla che spesso colpivano minacciose ed assordanti.
Tra le tante e tra quelle quasi citabili, i suoi classici

Suonaaa e Vibraaa (ostia!), pratici ed efficaci,

potevano esplodere anche in una pausa interpretata con poca tensione,
o il semplice

Che c… fai ?”

seguito da precisazione; per esempio Non è la prima comunione”, criticando l’interpretazione non abbastanza energica di un violoncellista nel B dello scherzo del quartetto delle arpe, oppure “Balla di cotone”, riferendosi alla riccia capigliatura di un violinista il cui passaggio non risultava chiaro, o “Non è Debussy”, a me più volte dedicato anche e soprattutto in Ravel, deluso dal mio contatto arco – corda troppo superficiale.

Ricordi meravigliosi che ci hanno tenuto compagnia negli anni, le sue urla erano profondi segni di affetto, era una forma di amore paterno.
Non sono certo il primo a dirlo, Piero Farulli è stato uomo straordinario, tra i grandi vecchi che abbiamo avuto l’onore di incontrare.

Il giorno prima del concerto di Firenze andiamo a fargli ascoltare il programma, lasciando nelle custodie gli archi preclassici, consapevoli della probabile divergenza stilistica che avrebbe creato comunque la nostra versione delle “quinte” dopo qualche anno di lontananza accademica; infatti dopo l’ascolto il Maestro ci chiese se ci fossimo per caso rincoglioniti a suonare Haydn in quella maniera, ricordandoci anche l’infelice acustica  della Pergola.

Quindi : SUONARE OSTIA, Brahms e Kurtág ok.

Cosa fare il giorno dopo ?
Lui sarebbe stato in sala, bisognava scegliere.

La recensione fu molto buona, di Haydn diceva applauditissimo e “affrontato con la burbanza di una carica di Dragoni”.

Così, per devozione, abbiamo imparato che i Dragoni sono soldati a cavallo che caricano i nemici facendo fumo e fiamme coi loro archibugi.

Come diremmo con il mio amico Daniel Roberts : CHAAAARRRRGGEEEE!!!

Giacomo
Agazzini
Giacomo Agazzini
Piero
Farulli
Piero Farulli
Quartetto di Torino - Piero Farulli
Quartetto di Torino - Piero Farulli

F.J. Haydn

Quartetto in do maggiore op. 20 n. 2 – 1772

Manuel Zigante 

Quando la mia amica Elisabeth (Liza) Wilson mi ha chiesto di raccontare a modo mio un quartetto mi son sentito un po’ intimorito, lei, violoncellista, è anche una apprezzata scrittrice, straordinaria biografa e studiosa del repertorio Russo ma altrettanto esperta di tutto lo scibile musicale dal classico al contemporaneo, appassionata di Quartetto d’archi e di violoncello, non potrò mai ringraziarla abbastanza per i regali che mi ha fatto nel corso del mio percorso musicale: la conoscenza e amicizia con il grandissimo Rostropovitch di cui ho avuto l’onore di essere l’umile autista per le vie di Torino, per poi parlare del quartetto Borodin  e Valentin Berlinsky, il loro violoncellista, Maestro più di ogni Maestro con il quale ho potuto di suonare il quintetto di Schubert in do maggiore D.956 , Roham de Saram, il magnifico violoncello di Liza, Andrea Guarneri del 1691, un autentico gioiello che ho potuto suonare per qualche mese.

Sono stati tutti regali importanti che mi hanno stimolato a coltivare ulteriormente la mia passione per il quartetto e la musica in generale.

Liza mi ha chiesto qual è il quartetto che preferisco e di cui amerei parlare. Per un quartettista questa domanda non ha risposta perché il nostro repertorio è costellato da capolavori da sogno, Io amo tutto il repertorio quartettistico come posso scegliere tra un quartetto di Beethoven e un quartetto di Bartok? Come fare allora? Ripercorro i miei primi innamoramenti musicali e trovo subito dopo il quartetto in sol maggiore di Claude Debussy un quartetto di Haydn in particolare: l’op. 20 n. 2, secondo di una raccolta di sei quartetti altamente innovativi e sperimentali per l’epoca in cui Haydn sembra voler salutare a modo suo un’epoca e aprire le strade ad uno stile più classico. L’op 20 è piena di esperimenti, i quattro strumenti hanno lo stesso ruolo e ognuno a suo tempo avrà modo di dire la sua, è quasi un salutare l’epoca e gli stilemi barocchi per approdare a tentativi diversi, fuori dalla forma del divertimento e fuori dalla forma sonata come la si intende oggi. Per scrollarsi gli antichi modi senza farsi troppo male bisognava andare in esplorazione ed è quello che fa F. J. Haydn nei sei quartetti dell’ op.20. Sono stati chiamati Sonnen Quartette, i quartetti del sole; sul frontespizio della prima edizione (Hummel) era raffigurato un sole, nei tempi antichi il do maggiore simboleggiava la luce. In molte religioni orientali si raggiunge l’illuminazione grazie ad un percorso; Haydn con l’op.20 è in quel percorso, condotto dalla luce, liberato da costrizioni, sperimenta dall’inizio alla fine del quartetto. Haydn è un compositore d’avanguardia, esploratore e innovatore coraggioso.

Il I movimento – Moderato- si apre con un tema regale al violoncello, lo stile è più barocco che classico, solo tre voci suonano, come una sonata a tre il violoncello nel suo registro acuto e un secondo violino che fa da controcanto, la viola intanto fa il basso continuo, la forma sonata scandisce il secondo tema in sol maggiore, più dolce e nostalgico, tutto sembra voler rappresentare un clima sereno pacato ed elegante. Lo sviluppo apre con una zona che definirei temporalesca, drammatica, in sol minore il cello e il primo violino sembrano duellare sotto una pioggia di note arpeggiate del secondo violino e all’ostinato ritmo di crome della viola, tutto il momento si interrompe con un arpeggio di la all’unisono, parte il primo tema in re minore suonato dalla viola, arriveremo presto alla ripresa dove ritroveremo tutti gli elementi dell’esposizione. Il movimento si conclude in un graduale diminuendo che porterà all’ultimo commento dei due violini in pianissimo.

Il II movimento, Capriccio. Adagio è un capolavoro: l’inizio è un unisono dei quattro strumenti, severo; un declamato con pause cariche di tensione, il ritmo puntato aiuta a conferire al movimento un carattere austero. In realtà siamo improvvisamente seduti a teatro e stiamo per assistere all’inizio di un Opera barocca; ci sono tutti i personaggi dell’opera: il nostalgico violoncello che piange con la sua frase in do minore ma tutto questo languore viene bloccato dal ritmo puntato che segue; è bello notare come la frase del cello sia la stessa enunciata all’inizio dai quattro strumenti ma il carattere è completamente diverso grazie al tipo di accompagnamento armonico di semicrome legate e separate a 4 (Leopold Mozart chiamerà questo accompagnamento nel suo trattato “Scuola di Violino” vibrato d’arco), da qui parte una specie di recitativo nel quale il I violino racconta e gli altri quartettisti commentano, rinforzano o si oppongono. Segue una altra frase nostalgica del violoncello in sol minore e subito dopo il primo violino commenta e riceve  risposte da un coro rappresentato dagli altri strumenti in ritmo puntato, a questo punto  un pianissimo collettivo omoritmico preannuncia l’inserimento  di una vera e propria aria d’opera: Il primo violino è protagonista solista, la viola  accompagna con il suo basso Albertino, il violoncello traccia le armonie con i suoi bassi, e il secondo violino commenta con delle crome legate che con il violoncello formano degli arpeggi. segue una cadenza solistica del I violino e un altro ammonimento all’unisono.

A questo punto i ruoli si invertono: il primo violino accompagna con il basso albertino, il secondo violino ha la parte solistica e così via fino ad arrivare alla fine sospesa in sol.

III movimento Menuetto Allegretto in do maggiore, è una musette popolare e sognante, segue un trio in do minore dove il violoncello enuncia un tema nostalgico ma poi dopo l’ammonimento severo della seconda parte si riprende la musette del Menuetto, questa piccola parentesi è una stasi di alleggerimento prima della fuga a 4 soggetti finale scritta magistralmente da Haydn che il contrappunto lo maneggiava egregiamente, anche qui vuole sperimentare e fa sussurrare il quartetto in pianissimo sempre sotto voce fino al finale forte dove finalmente lascia sfogare con allegria la tensione accumulata.

F. J. Haydn, Quartetto in do maggiore op. 20 n. 2 – Quatuor Mosaïques

OSPITE D’ONORE

 

Dora Schwarzberg e Hugh Maguire

Nel corso degli anni lo Xenia Chamber Music Course ha invitato alcuni notevoli Ospiti dʼOnore. La splendida violinista Dora Schwarzberg è venuta al nostro corso tre volte, ognuna di queste dando un contributo immenso, non solo con visioni musicali profonde e straordinaria maestria strumentale, ma anche attraverso la sua profonda comprensione di ciò che vuol dire vivere la musica “insieme”, sia suonando in ensemble sia per il suo convinto impegno con i giovani. Hugh Maguire paragonava il suo modo di suonare ad alcuni tra i più grandi violinisti della “vecchia scuola” come Georges Enescu e Yehudi Menuhin, sottolineando la qualità unica della sua espressività e la naturalezza del suo violinismo.

Dora ha insegnato allʼAccademia di Musica di Pinerolo per circa dieci anni, avendo per i primi tempi come assistente il suo amico ed ex-allievo Adrian Pinzaru ed ha esercitato una grande influenza sui violinisti di questo angolo del Nord-Ovest dʼItalia, indirizzando i suoi studenti verso la perfezione strumentale e stimolandoli con la libertà espressiva del suo essere Musicista. Questa tradizione pedagogica unica è ora portata avanti da Adrian, che applica lo stesso metodo sviluppando allo stesso tempo una sua propria visione tecnico-musicale.

Conosco Dora da circa cinquantʼanni, da quando eravamo entrambe studentesse al Conservatorio di Mosca: è stata lei a insegnarmi a studiare in modo tale che tecnica e musica fossero sempre un tuttʼuno, ed è stata lei a leggermi le Storie di Odessa di Isaac Babel in modo così espressivo e sagace da farmi versare numerose lacrime. Alcune cose nel corso degli anni non sono mai cambiate: il suo carattere generoso, il suo senso dellʼumorismo e la sua saggezza di fondo!

Dora ha anche una mistica predilezione per il Tango!

Qui suona l’Ave Maria di Astor Piazzolla.

‘Cara Dora, ti auguriamo una pronta guarigione e che tu possa tornare a suonare il violino al più presto!’

E. W. 

Avete mai sentito parlare di una famiglia di compositori che abbiano scritto insieme un quartetto per archi? 

È esattamente ciò che hanno fatto tre compositori russi residenti nel Regno Unito. Dmitri Smirnov, sua moglie Elena Firsova e la loro figlia Alissa Firsova hanno accettato una commissione dell’Università di Liverpool per il Dante Quartet che aveva lo scopo di celebrare il più grande capolavoro della letteratura italiana, la Divina Commedia. La divisione in tre parti dell’opera si prestava bene allo scopo e i tre compositori hanno deciso di dividersi il lavoro secondo lo stesso schema: Smirnov ha scritto l’Inferno, Firsova, sua moglie, il Purgatorio e Alissa il Paradiso. Il loro altro figlio, Philip Firsov, ha creato dei disegni basati sulle visioni di William Blake di Paradiso e Inferno.

La trilogia della Divina Commedia è stata anche presentata all’EstOvest Festival nel 2015 e per l’occasione tutta la famiglia è venuta in Italia.

Qualche anno prima gli “Smirsovas”, come li chiamiamo noi, erano a venuti a stare da me a Cumiana per qualche giorno. è stata una vacanza memorabile: abbiamo fatto picnic nei boschi con vista della Sacra di San Michele, un famoso monumento storico del Piemonte, ho suonato la sonata per violoncello di Rachmaninov a casa con Alissa, portato Philip all’Accademia di Brera a Milano e abbiamo dato un concerto a Torino che includeva lavori di Elena e Alissa. Per me e mio marito il ricordo dell’intera famiglia che prende possesso della nostra cucina per preparare i pelmeniye (l’equivalente Siberiano degli agnolotti, fatti con tre diversi tipi di carni e mai in numero inferiore a 120!) è preziosissimo.

È con grandissima tristezza che vi annunciamo che il 9 Aprile 2020 è mancato lo splendido, generoso e poliedrico Dmitri Smirnov, vittima del Covid-19.

Vi lascio due link:

E. W.

CONSIGLI DI LETTURA

Isaak Babel, I racconti di Odessa, Voland, Roma

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